giovedì, 29 luglio 2004

Come inizia:

"Sembra che l'invenzione degli scacchi sia legata ad un fatto di sangue.
Narra infatti una leggenda che quando il gioco fu presentato per la prima volta a corte il sultano volle premiare l'oscuro inventore esaudendo ogni suo desiderio.Questi chiese per sè un compenso apparentemente modesto,di avere cioè tanto grano quanto poteva risultare da una smeplice addizione: un chicco sulla prima delle sessantaquattro caselle,due chicchi sulla seconda,quattro sulla terza,e così via...
Ma quando il sultano,che aveva in un primo momento accettato di buon grado,si rese conto che a soddisfare una simile richiesta non sarebbero bastati i granai del suo regno e forse neppure quelli di tutta la terra,per togliersi dall'imbarazzo stimò opportuno tagliargli la testa.
La leggenda sottace il fatto che quel sovrano dovette pagare in seguito un prezzo ben maggiore:egli si appassionò al nuovo giocofino a smarrirne la ragione.L'esosità del mitico inventore,infatti,è pari solo a quella del gioco stesso."

La variante di Luneburg è una mossa di scacchi,è il filo conduttore di tutto il romanzo,è la chiave per comprendere una morte misteriosa e un omicidio apparentemente privo di movente.
Due vite, una lunghissima partita a scacchi,la cui posta in gioco è molto più alta del previsto.
Bellissimo romanzo anche per chi,come me,non capisce un'acca di schacchi.
"Ogni scelta implica, di per sè, l'abbandono di tutte le alternative.Se non fossimo costretti a scegliere saremmo immortali."







postato da: purple alle ore 10:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:narrativa
domenica, 25 luglio 2004

Non è decisamente il solito Eco. Anzi, lo è. E’ una bella impresa tentare di definire un libro simile… al solito, c’è un mistero fitto come la nebbia ( e qui è proprio un paragone azzeccato) ed un protagonista che tenta di svelare l’arcano : se non che in questo caso l’arcano riguarda proprio lui stesso. Il nostro Giambattista detto Yambo, di professione libraio antiquario, in seguito ad un incidente perde la memoria, ma non è un amnesia totale : ricorda perfettamente tutto quello che ha imparato, cita libri, poeti, ma non ha più un solo ricordo che sia legato ad un'emozione. Non riconosce la sua famiglia, né gli amici, né le sue tante amanti, non ricorda nulla della sua infanzia.

La moglie decide allora di mandarlo nella casa della sua infanzia a cercare di recuperare la memoria tra gli oggetti che l’hanno creata, ma qui sopraggiunge un secondo incidente…

Non saprei se consigliarvi o meno questo libro : a me è piaciuto più per un motivo “sentimentale” che stilistico. Tutte le memorie di Yambo bambino sono le memorie dei miei genitori e dei miei zii, che me le hanno raccontate e trasmesse, senza contare che le mie insegnanti delle elementari - arzille suorine ordinate attorno agli anni 40 - mi hanno tirato su a forza di filastrocche e dettati tratti da sussidiari anteguerra, nonché di iterate letture del corriere dei piccoli di quegli anni. Le “misteriose fiamme” del ricordo che riaffiora, quelle sensazioni di stretta al cuore le ho provate anch’io, anche se i miei sono, possiamo dire, ricordi di seconda mano.
In sé questo romanzo non è malvagio : si fa leggere bene, è scorrevole e , cosa insolita, le prime pagine non rappresentano lo scoglio quasi insormontabile di quelle di un Baudolino e di un Nome della Rosa. Ma seppure il romanzo non sia nulla di eccezionale, ci sono dei passi che valgono tutto il libro, come la dissertazione sull’essenza fascista di Dio per bocca dell’anarchico Gragnola, l’epica scalata al Vallone e l’apoteosi finale, in bilico tra l’apocalissi biblica, i supereroi da fumetto, la processione dell’ultimo canto del purgatorio dantesco e le attricette da varietà.

postato da: sunsibb alle ore 11:03 | Permalink | commenti (1)
categoria:narrativa
sabato, 24 luglio 2004

Il libro è scritto in modo semplice;
Non ci sono gradi espressività letterarie
ed è strutturato sotto forma di diario.
L'argomento principale da cui partono gli avvenimenti ed inizia realmente la storia è la droga,
la vicenda inizia dopo aver assunto una sua prima dose ad una festa.
Alice una ragazza quindicenne,  giorno per giorno annota i suoi avvenimenti su questo diario.
All'inizio della storia, percepiamo una ragazza adolescente qualsiasi, qualche problema con ladieta,
la ricerca del vero amore, voti a scuola alti, ma qualcosa cambia, iniziano i primi problemi che l'adolecenza comporta,
i primi problemi, che dai genitori vengono ignorati,
Problemi per una ragazzina incomprensibili, sofferenza gratuita che non viene espressa.
Finchè un' giorno ad una festa Alice prova una nuovo mondo,
prova nuove sensazioni sulla sua pelle, trova la via più facile alla risoluzione dei suoi problemi,
Trova la medicina al suo "star male"
Il libro infondo parla del nostro quotidiano, parla schiettamente della realtà che ci circonda, della droga,
senza girarci intorno, senza chissà quali tragedie  drammatiche,
va dritto al punto, sputa violentemente in faccia la verità.
Questo libro penso che non dovrebbero leggerlo tanto i ragazzi ma proprio i genitori, così che capiscano che certi problemi,
certi malumori che magari il figlio ha dentro, non bisogna ignorarli, ma
cercare di parlarne, di aiutare e stare vicino.
Forse parlo un po' di parte perchè questo mondo l'ho vissuto anche io,
e le parole che Alice ha scritto, potrebero essere mie,
infondo lei cercava solo un' po' d'amore,
e comprensione.























postato da: Aurora.Sogna alle ore 15:42 | Permalink | commenti
categoria:narrativa
lunedì, 19 luglio 2004

Il solito, maledetto, meraviglioso Saramago. Libro che ho letto tra il treno di venerdì sera, una sonnolenta domenica pomeriggio, e il treno di domenica sera, libro letto a tradimento, ma che, come tutto ciò che esce dalla sua penna, mi ha tolto il sonno. Orrore assoluto descritto con dolcezza estrema, forse sono le migliori parole che si possano trovare per descriverlo.
La storia è questa : Cipriano Algor è un vasaio, che impasta, modella e cuoce con la figlia stovilie di terracotta nella fornace di famiglia, in un paesino alla periferia della Città, un incubo Orwelliano ad anelli dominato dal grande edificio del Centro. Il Centro ha tutto, compra tutto e vende tutto, niente concorrenza, i suoi clienti fanno il mercato, il Centro detta le regole, questo enorme fabbricato in perenne espansione stracolmo di centri commerciali e specchietti per le allodole, questo colombaio in cui ci sono centinaia di appartamenti che non possiedono nemmeno tutti una finestra verso l'esterno- finestra rigorosamente sigillata, chiaro, per via dell'aria condizionata. E questo Centro rifiuta a Cipriano la fornitura di stoviglie : alla terracotta, vera, solida, il mercato preferisce la plastica, leggera ed economica. Il Centro sintetico, artificale, impone il suo stile di vita, non resta nient'altro che arrendersi, e Cipriano, piccolo uomo cosciente dei propri limiti , si arrende.
Fin qui niente di orribile, vero, non almeno a prima vista. Ma aspettate che sotto al centro si trovi qualcosa di misterioso...

Qui gli stomaci ammessi sono anche quelli un po' più deboli, perchè l'orrore vero e profondo non è tanto quello delle situazioni, ma quello intellettuale, di un mondo in cui il mercato regola la vita, in cui è difficile trovare affetti sinceri che non siano dettati dall'interesse, in cui le cose vere, solide, concrete come la cara vecchia terracotta, non contano più nulla. L'orrore è realizzare che questo mondo sintetico, di solitudini intramontabili, di schiavi del consumo e dell'edonismo superficiale, di sorrisi di circostanza e troppe verità taciute, sia irrimediabilmente il nostro mondo. Un mondo che ti vende perfino da morto. Leggetelo. Davvero.



postato da: sunsibb alle ore 20:07 | Permalink | commenti (1)
categoria:narrativa
venerdì, 16 luglio 2004

Mi capita tra le mani questo grigio libro ormai più che ventenne. Lo sfoglio, mi dico " ma sì", lo getto tra le magliette in valigia. Ecco perché queste righe mi hanno accompagnato in questa settimana di pausa. Ma di che si tratta. Di uno spettacolo, che nel '77, a Milano, si insinuava tra la gente impegnata a cambiare un pò le Cose. E che fanno, Franca Rame e Dario Fo, che fanno. Ti snocciolano, tra gli altri, questo spettacolo incentrato sulla condizione della donna. Perchè là fuori qualcuno si ponga uno o due dubbi, di quelli giusti, e inizi a pensarla Donna, finalmente. Quattro monologhi, e un rimpianto, il mio, quello di non averli visti sul volto e negli occhi di Franca, ma comunque restano, mi dico, quei quattro stralci di vita tremendamente quotidiana.

Una casalinga incazzata e chiusa in casa, a chiave, dal marito, che si sfoga con la dirimpettaia; una mamma che il terrore di vedere il figlio arrestato, o peggio, pestato dalla celere spinge a farsi "fricchettona", e a convincersi, di quella vita, a convincerla a sé stessa; una operaia, sposata a sua volta con un operaio, talmente presa dalla frenesia che una vita povera di ricchezza ( ma ricca di altro, e i due autori riescono a farci sbirciare, in quest' "altro") le ha insegnato da non riuscire a distinguere nemmeno più la domenica, unico giorno di riposo, dagli altri giorni; una donna, una Donna, rapita dall' amore del suo uomo, e dal figlio, dalla vita che ne scaturisce, con una bambolina a chiudere il pezzo, una bambolina cattiva, maleducata e bestemmiatrice, una bambolina che è lei, in fin dei conti, è la sua repressione fatta pezza, trecce e insulti al mondo intero.

Nell' edizione che mi è scivolata tra le mani si trovano altri estratti da loro spettacoli. Ma questo, queste quattro rose in voce e carne, sono il fulcro del discorso. Emerso proprio nel momento in cui tra le persone si andava diffondendo una stanchezza, e un desiderio di cambiamento, senza precedenti nella storia recente. E quello che traspare dalle parole, pur essendo esse diverse, le une dure, le altre ironiche, alcune violente, o melodiche, è sempre e soprattutto amarezza. Anzi, Amarezza, e nel grottesco essa è creata da un mondo privo di capacità critica ( allora, ma anche oggi, e forse soprattutto oggi..), mantenuta instancabilmente da una buona fetta dell' umano genere, e troppo spesso accettata supinamente dall' altra metà del mondo. E' però un' Amarezza costruttiva, seppur violenta e alle volte omicida ( memorabile la chiusura della Medea che non a caso è riportata nel libro, nella splendida ricostruzione in vernacolo toscano), per quanto denigrante, perchè non lascia spazio che a dubbi. Sì, enormi frotte di dubbi, di domande alle quali troppi vengono chiamati a rispondere, e alle quali troppo pochi cercano di appiccicare una risposta degna di tale nome. E' una Amarezza che mi ha infastidito. Perchè mi ha strattonato per la maglia e mi ha urlato, nell' orecchio, e schiaffeggiato, sulle guance. E' un libro da leggere. Lo dico così, senza problemi. Non diverrà un classico, né un film, nè il titolo di una serata da Vespa, ma può essere un classico, un film, una serata di discussione per chiunque non abbia più forza né voglia di chinare il capo, e mollare in aria un Silenzio assurdamente complice. Per questo, e per tutto il resto, di cui spesso, troppo spesso, si legge qui intorno.

postato da: sadMan alle ore 11:00 | Permalink | commenti
categoria:teatro
lunedì, 12 luglio 2004

Già il titolo. Una recensione, di suo. Diceva Eco che i titoli dovrebbero servire a confondere il lettore: beh, il caso non è questo. Qui siamo di fronte a un programma. Una dichiarazione di intenti. Si apre il libro, e già alle prime righe si viene assaliti da una durezza non normale. Altro che Palahniuk. La storia: Max Dembo, da otto anni nel penitenziario di San Quentin per una rapina a mano armata, esce pieno di progetti sulla sua nuova vita onesta. E' deciso a non rimettersi sulla cattiva strada. Il mondo, invece, è deciso a non dargli nemmeno una possibilità: un ex galeotto non trova lavoro molto facilmente. E Max Dembo, senza nemmeno tentarci troppo seriamente, si ributta tra le braccia della sua famiglia malavitosa. Progetta rapine, torna ad essere la faina violenta di una volta.

Fosse solo una storia di malavita, però, questo romanzo sarebbe proprio mediocre. Perchè è prevedibile dall'inizio alla fine, nel suo intreccio: rapine che vanno bene, poi quella che va male e che spinge il criminale alla fuga rocambolesca. No, il bello di Bunker non sta proprio nella storia. Semmai, nel suo realismo drammatico, che nella descrizione di personaggi e situazioni non si concede mai un tocco di romanticismo, nè di epicità, nè tanomeno di ironia. No: i fatti sono quelli. Il sangue che vedete scorrere, sembra suggerire Bunker (uno che in carcere per rapina c'è stato sul serio, e per diciotto anni), è vero, ha una sua consistenza. La discesa nella psicopatologia criminale. La consapevolezza che, se tutti i criminali sono pericolosi per la società, è altrettanto vero che la società li vuole così. La società necessita di criminali come Max Dembo.

Da leggere soprattutto in quei giorni quasi anarchici, quando le regole e l'autorità si rispettano ma si manderebbero volentieri a quel paese. Quando l'unica alternativa è prendere a botte il capo latrante di turno.

postato da: Cush alle ore 20:44 | Permalink | commenti (2)
categoria:narrativa
domenica, 11 luglio 2004

"Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione.Vuoi che ti dica cosa penso, Parla.Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo.Ciechi che vedono.Ciechi che, pur vedendo, non vedono".

In una citta senza nome e senza tempo preciso, inizia strisciando una terribile epidemia di cecità. Una cecità improvvisa, apparentemente immotivata e bianca, un "mare di latte".
In realtà questo libro tratta dei molteplici volti della stessa cecità, da quella dei politici corrotti e spaventati che fanno rinchiudere tutti i contagiati in un ex manicomio abbandonandoli a loro stessi, a tutte le piccole indifferenze che nella vita quotidiana si riservano al prossimo. L'unica che viene risparmiata dal contagio è , non a caso, al moglie dell'oculista, che ama il marito al punto da fingersi cieca pur di non lasciarlo solo. Ama, e continua a vedere, ma questa sua condizione di privilegiata diventa quasi una condanna quando dovrà resistere all'orrore selvaggio del manicomio-lager, dove si stupra per il cibo e si uccide senza rimorso.
In questo romanzo ci sono tutte le cecità del mondo : indifferenza, ignoranza, coercizione, indulgenza nei confronti dell'assenza di etica e morale. Insomma, una gran bella sveglia, a voler leggere tra le righe.
Avvertenza : sconsigliato a chi non è dotato di stomaco forte, alcune immagini sono davvero crude.


 





postato da: sunsibb alle ore 18:04 | Permalink | commenti (1)
categoria:narrativa
sabato, 10 luglio 2004

11 minuti stanno nel tempo che Maria, giovane brasiliana 23enne impiega per soddisfare i suoi clienti,
in quegli 11 minuti Maria si trasforma in due, tre donne diverse a seconda della persona che ha di fronte.
Tutto inizia quando lei nella sua prima vacanza fuori casa a Rio de janeiro incontra un signore svizzero che le propone di trasferirsi la per lavoro.
Quella era l'occasione che aveva sempre sognato, una nuova vita, e tanta fortuna, invece si trova in questo locale dove viene pagata il minimo indispensabile per vivere e i soldi per tornare a casa nn c'erano.
Lascia il posto dove lavora e cerca fortuna nel mondo della moda, spende i soldi rimasti facendo foto da lasciare in agenzie,
la prima chiamata fu quella di un uomo che la portò fuori con la scusa di una sfilata,
li Maria capìì che cercava solo sesso, si disse che infondo era solo una volta, e il salrio era ottimo,
quella fu la prima volta che andò con un "cliente"
Da quel giorno dentro ella cambiò qualcosa, si disse che infondo per un breve periodo avrebbe anche potuto fare quel lavoro,
e così fece, tanto a loro dava il suo corpo non la sua anima, non il suo amore..
finchè un giorno in un bar, incontrò un pittore..
Le cose cambiarono per Maria che si era ripromessa di non pensare più all' amore.
Beh il resto non lo racconto perchè è da leggere
La parte bella del libro sono le pagine di diario di Maria dove scrive le sue riflessioni, a volte toccanti, e molto forti,
vere profonde; il libro appassiona, e ti fa vivere momenti intensi, ti fa amare l'amore.
A me personalmente ha aiutato molto, perchè sono riuscita a capire e vedere l'amore sotto un' altra prospettiva.
Mi ha fatto venire la forza di amare ancora e di non arrendermi.

"Se nn penserò all'amore nn sarò nessuno"
Buona lettura




















postato da: Aurora.Sogna alle ore 02:05 | Permalink | commenti
categoria:narrativa
sabato, 10 luglio 2004

In questa storia ci sono tre personaggi : una bimba, una mamma, un libraio. Ma anche un corpicino in coma, una giovane donna perennemente in fuga, e un pirata della strada.

Etienne Vollard che investe la piccola Eva corsa all’improvviso di fronte al suo furgoncino di libri mentre correva disperata perché la madre non si era presentata all’uscita della scuola. Un uomo solo e sconvolto che per lenire il proprio senso di colpa accudirà la piccola in coma, mentre la madre sparirà nelle sue mille fughe da se stessa. Quest’uomo immenso, benedetto e afflitto da una memoria abnorme e da un amore per la lettura che rasenta la comunione spirituale, cui le frasi si incollano addosso nelle notti insonni, che vive nella solitudine luminosa della carta stampata, curerà la bambina muta come la montagna della Chartreuse con l’unica cosa che conosce e ama : i libri.

Un libro in cui tutti fuggono e nessuno resta.

Da leggere perché : è scritto con un ottimo stile, scorrevole a vagamente metafisico, ma senza risultare pesante ; e con il talento di far sentire il lettore in piena empatia con ogni personaggio.
postato da: sunsibb alle ore 01:07 | Permalink | commenti
categoria:narrativa