Mi capita tra le mani questo grigio libro ormai più che ventenne. Lo sfoglio, mi dico " ma sì", lo getto tra le magliette in valigia. Ecco perché queste righe mi hanno accompagnato in questa settimana di pausa. Ma di che si tratta. Di uno spettacolo, che nel '77, a Milano, si insinuava tra la gente impegnata a cambiare un pò le Cose. E che fanno, Franca Rame e Dario Fo, che fanno. Ti snocciolano, tra gli altri, questo spettacolo incentrato sulla condizione della donna. Perchè là fuori qualcuno si ponga uno o due dubbi, di quelli giusti, e inizi a pensarla Donna, finalmente. Quattro monologhi, e un rimpianto, il mio, quello di non averli visti sul volto e negli occhi di Franca, ma comunque restano, mi dico, quei quattro stralci di vita tremendamente quotidiana.
Una casalinga incazzata e chiusa in casa, a chiave, dal marito, che si sfoga con la dirimpettaia; una mamma che il terrore di vedere il figlio arrestato, o peggio, pestato dalla celere spinge a farsi "fricchettona", e a convincersi, di quella vita, a convincerla a sé stessa; una operaia, sposata a sua volta con un operaio, talmente presa dalla frenesia che una vita povera di ricchezza ( ma ricca di altro, e i due autori riescono a farci sbirciare, in quest' "altro") le ha insegnato da non riuscire a distinguere nemmeno più la domenica, unico giorno di riposo, dagli altri giorni; una donna, una Donna, rapita dall' amore del suo uomo, e dal figlio, dalla vita che ne scaturisce, con una bambolina a chiudere il pezzo, una bambolina cattiva, maleducata e bestemmiatrice, una bambolina che è lei, in fin dei conti, è la sua repressione fatta pezza, trecce e insulti al mondo intero.
Nell' edizione che mi è scivolata tra le mani si trovano altri estratti da loro spettacoli. Ma questo, queste quattro rose in voce e carne, sono il fulcro del discorso. Emerso proprio nel momento in cui tra le persone si andava diffondendo una stanchezza, e un desiderio di cambiamento, senza precedenti nella storia recente. E quello che traspare dalle parole, pur essendo esse diverse, le une dure, le altre ironiche, alcune violente, o melodiche, è sempre e soprattutto amarezza. Anzi, Amarezza, e nel grottesco essa è creata da un mondo privo di capacità critica ( allora, ma anche oggi, e forse soprattutto oggi..), mantenuta instancabilmente da una buona fetta dell' umano genere, e troppo spesso accettata supinamente dall' altra metà del mondo. E' però un' Amarezza costruttiva, seppur violenta e alle volte omicida ( memorabile la chiusura della Medea che non a caso è riportata nel libro, nella splendida ricostruzione in vernacolo toscano), per quanto denigrante, perchè non lascia spazio che a dubbi. Sì, enormi frotte di dubbi, di domande alle quali troppi vengono chiamati a rispondere, e alle quali troppo pochi cercano di appiccicare una risposta degna di tale nome. E' una Amarezza che mi ha infastidito. Perchè mi ha strattonato per la maglia e mi ha urlato, nell' orecchio, e schiaffeggiato, sulle guance. E' un libro da leggere. Lo dico così, senza problemi. Non diverrà un classico, né un film, nè il titolo di una serata da Vespa, ma può essere un classico, un film, una serata di discussione per chiunque non abbia più forza né voglia di chinare il capo, e mollare in aria un Silenzio assurdamente complice. Per questo, e per tutto il resto, di cui spesso, troppo spesso, si legge qui intorno.