Koba il Terribile
Martin Amis è da sempre uno dei miei scrittori preferiti, in quanto appartenente (come Foster Wallace) a quella esigua schiera di umani in grado di scrivere di e su qualsiasi cosa.
Il suo ultimo libro, capitatomi tra le mani nei settimanali pellegrinaggi alla mia Libreria preferita, è “Koba il Terribile”, Einaudi Editore, dove per Koba si intende Stalin, così come era chiamato dagli amici, leader amato e tuttavia sanguinario dittatore.

Amis affronta l’argomento non come storico, né come romanziere ma nella sua veste ‘reale’ di figlio di Kingsley Amis, romanziere anch'egli e amico dello storico Robert Conquest, (a cui non fu mai perdonato di aver scritto nel 1968 il più duro atto d'accusa sullo stalinismo, "Il Grande Terrore").
Con lo stile brillantemente caustico che lo contraddistingue, Martin si confronta idealmente con il padre, attraversando, quasi attonito, la lunga notte del comunismo, senza lasciare nella sua descrizione nulla all’immaginazione, senza tralasciare nessuno degli eventi tragici, grotteschi, ridicoli che hanno annientato la coscienza di un intero popolo.
Scrive Martin Amis: «all'interno dell'Urss, per tutto il quarto di secolo del suo regime, Stalin fu un leader estremamente popolare», popolarità indotta dal capillare indottrinamento che iniziava fin dalla più tenera età.
A questa popolarità si oppongono le narrazioni degli orrori dei gulag, i racconti delle carestie, gli assassinii, le torture e gli stermini, contrappuntati dagli aneddoti sulla personalità di Koba. Nessuno poteva considerarsi al sicuro: kulaki, ucraini, contadini, operai, e perfino gli stessi vertici del partito furono sterminati, in uno terrificante stato di polizia, in cui trionfavano violenze e terrore, come emerge dalle agghiaccianti descrizioni che Amis fornisce.
Perché, si chiede Amis, i crimini di Stalin sono stati giudicati in modo più indulgente rispetto a quelli di Hitler? Perché si scherzava sui Gulag e sulla Siberia, quando nessuno avrebbe riso di Auschwitz? La spiegazione potrebbe essere che i comunisti, al contrario di Hitler, inseguivano ideali di giustizia ed equità sociale? Non sta in piedi, equivarrebbe a dire che massacravano per il bene delle stesse vittime.
In conclusione, nessuna delle domande che Amis si pone per tutto il libro trova una risposte adeguata o sensata, ma una volta superato l’orrore, ci si trova a riflettere seriamente sulle convenienze politiche che hanno per anni nascosto tutte queste nefandezze.